E’ tempo che passa

D’un tratto lui si svegliò :

” Cos’era? Hai sentito? ”

Lei non rispose.

Sentì il cuore in gola e le mani sudare.E il cuore nel petto galoppava,stupito e  fuori allenamento.

Insistette :

” Svegliati!Sento qualcosa,sveglia! ”

Lei schiuse svogliatamente gli occhi.Lo guardò e stancamente disse :

“Torna a dormire.Non è niente.E’ solo tempo…tempo che passa.”

Il cuore si placò.

Il sudore svanì.

Chiuse gli occhi e di nuovo,si addormentò.

@ Stefano Tommasi

                                                   tempo che passa

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Concettualmente street

In questo articolo cerco di spiegare attraverso le immagini,che cosa intendo per “Fotografia di street concettuale”.

Differenze tra “street photography e street concettuale” :

Premetto che la definizione di quest’ultima,è frutto della mia fantasia ma credo sia appropriata al genere di cui voglio parlare.

A differenza della street “normale”, che cerca di cogliere attimi di vita reali e identificativi del luogo o della persona ritratta,la concettuale ha come prerogativa di vedere il mondo così com’è ma….da un’altro punto di vista!.E’ un’allenamento della fantasia,dell’occhio e della propria sensibilità.

Esempio :

La città di riferimento è Lucca,la quale è famosa per le sue splendide mura.Ebbene,il fotografo di street che vuole cogliere attimi reali riguardanti questo elemento caratteristico della città,esplorerà a fondo le mura,conoscendone e respirandone l’atmosfera e,non appena ne avrà l’occasione,immortalerà dei momenti,delle situazioni più o meno rappresentative di quello che ha prima percepito e poi fotografato.

Il fotografo di street concettuale partirà da una base differente.Metterà le mura come elemento principale,ma cercherà di cogliere una chiave di lettura di ciò che accade di fronte ai suoi occhi,diversa e/o astratta, seppur reale.

Questa non è una regola,sia chiaro.E’ solo un modo per differenziare le due categorie fotografiche.

Per dare un esempio pratico ,vi posto un progetto a tema :

Questa serie possiamo chiamarla : “A passeggio sulle mura” o in mille altri modi.E possiamo definirla ” street concettuale”.

Questa è invece una classica ” street”. Siamo sempre sulle mura e andiamo a scovare una situazione interessante e reale :

la pioggia,io e te

Se l’argomento vi appassiona e volete approfondirlo,è possibile farlo.

I miei corsi sono prettamente pratici e si rivolgono a tutti,sia principianti che non.

Per info sulle modalità di partecipazione,contattatemi qua o ai seguenti recapiti:

http://www.stefanotommasi.com

stefanoholden80@yahoo.it

Stefano Tommasi Fotografie ( facebook official fan page )

+39  349 71 45 122

Un saluto e un abbraccio,

Stefano.

Il mio tempo

Perché tu

devi capire

che un giorno

è un mese ( non ti sento )

un mese

è un anno ( sei lontana )

Perché tu

devi capire

che una notte 

è un minuto ( sei qui di fianco )

un secondo

è infinito ( ti bacio ) 

@ Stefano Tommasi @stefanotommasi

La ragazza che attendeva il principe

Questa è una piccola storia d’amore.

Non ricordo né il luogo né la stagione .

Forse Francia,ma certezza non ho;anche Belgio,si forse Belgio.

Era inverno.No,c’era odore di primavera,si…primavera!

In ogni caso,non importa poi molto.

Mi trovai a passare da quel piccolo borgo.Era l’inizio del XII secolo.

A un tratto,vidi una donna nel palazzo feudale.Si sporgeva un poco e fissava un punto imprecisato dietro le montagne.

Era bellissima e austera.

Non mi guardò né percepì la mia presenza;era immobile.

La notte dormii nella locanda poco distante.Dalla camera si poteva scorgere il balcone.Guardai ed era vuoto.

La mattina seguente mi alzai di buon ora,dovevo riprendere il mio viaggio.

Uscii dalla locanda ed alzai lo sguardo:era di nuovo lì!

Pareva mummificata e avrei giurato lo fosse,ma la tradiva lo sbattere delle sue lunghe ciglia.E i capelli nel vento.

Prima di andare,chiesi al locandiere chi fosse mai quella creatura così bella e triste.

L’uomo sbuffò impercettibilmente e disse:”La signorina al balcone è la principessa Tess.Sta lì tutto il dì,non parla con nessuno e guai a disturbarla!Sta lì e aspetta…”.

“Cosa aspetta?”,domandai.

“Aspetta il suo principe”.Rispose.

“E’ in guerra?”,chiesi.

“No no.Non è mai partito né è mai arrivato.Ma lei,aspetta”.

Rimasi un momento in silenzio.Alzai lo sguardo e la fissai.Salutai l’uomo e me ne andai.

Tempo dopo tornai in quel luogo.Erano passati 2 o 3 anni.Era primavera,no…estate!Era estate!

Alla storia della principessa non pensavo più da tempo,ma quando giunsi alla locanda di anni prima,mi venne  in mente.Andavo di fretta ma mi fermai.Alzai lo sguardo,da lì si vedeva il palazzo della principessa.

Strabuzzai gli occhi! Lei era ancora lì.Fissava dietro alle montagne,sbatteva i grandi occhi.

Attendeva.

( Stefano Tommasi )la principessa

Oświęcim,Il gelo dell’inferno

E’ difficile parlare di Auschwitz.

Tutto è stato detto e scritto.Fiumi di parole e lacrime.

Difficile anche per i suoi abitanti,che rifiutano di sentir scandire quelle parole.

Oświęcim ! questo paese si chiama Oświęcim ! 

E hanno ragione.

Auschwitz è  la traduzione tedesca,imposta con la forza,a ricordare la supremazia della razza ariana.

Oświęcim ! questo paese si chiama Oświęcim ! 

Si…

Nella nostra storia sono tanti (troppi) i genocidi compiuti dall’essere (dis)umano.

Auschwitz è il più conosciuto ed è lì,a ricordarci della bestialità di cui siamo capaci.

Non ci sono scuse,non c’è religione.Non c’è niente.Solo male e infinita follia,nel senso più oscuro del termine.

Non c’è niente di nuovo da scrivere,no.Ma credo sia sempre bene ricordare alle nostre menti ciò che è accaduto,ciò che ancor oggi accade.

Ci sono tante Auschwitz da debellare.E lo si può fare soltanto preservando il nostro cuore dal male.

Prendendoci cura del nostro animo,perchè nasca con il nome  Oświęcim e non diventi mai Auschwitz.

Testo,fotografie e montaggio video : Stefano Tommasi

Musica video :Itzhak Perlman

@Diritti riservati.

Parole di fumo

“Nella valle del bello e del buono”.

Questa è la frase che si incontra lungo la strada di fondovalle che apre le porte della garfagnana.Un bel cartellone verde,rassicurante e gentile.

E in effetti è così:

chi la conosce sa quanto sia meravigliosa questa terra.Un’oasi di pace per gli occhi e lo spirito.

Ma c’è un “ma”.

Passato il cartello,e fatto qualche altro chilometro,con ancora l’immagine in mente della  sorridente scritta di poc’anzi,ecco che il sogno si imbatte nella realtà:

davanti ai nostri occhi si eleva una ciminiera minacciosa,sbuffante minacce verso gli ingenui viandanti che credevano davvero di aver trovato le porte del paradiso.

“Toglietevi quel sorriso idioti!!”-pare pensare.

E in uno slancio di onnipotenza sembra aggiungere

“La valle è mia!Io formo le nuvole!Io manipolo l’ossigeno! Io! Io!”.

Pensa alla rima con “Dio”,lo sento.

Il fumo aumenta e con esso sentiamo l’alito pesante dell’essere immondo! E allora acceleriamo e scappiamo via.Non può esser vero!Siamo nella valle del bello e del buono!

Intrisi di sudore e incapaci di tornare indietro,continuiamo e continuiamo….e alla fine arriviamo davvero nell’oasi decantata.E solo allora possiamo fermarci  su di un colle e respirare aria pura,giù in fondo alla valle si vede ancora il mostro ma non lo sentiamo più.

Le sue parole si perdono nel fumo.

Il mostro non è altro che il “bricchettaggio”.Un essere infernale adibito allo smaltimento dei rifiuti.

Oggi ha lanciato un grido straziante e poi ,forse stanco,si è adagiato al suolo.E si è spento.

Ma non prima di lanciarci l’ultima invettiva,sotto forma di una nuvola densa e cattiva.

Un dispetto o forse,un monito.

( Stefano Tommasi ).

@Diritti riservati

L’uomo e la Sirena

L’uomo e la Sirena  (Una storia vera…)** -di Stefano Tommasi


…e poi c’è la storia di quell’uomo che un giorno lontano sentì quel canto.

Era un giorno dell’altroquando.Si,sapete no?Quei giorni senza tempo a scandire i minuti;senza notte nè luce.Un giorno perfetto per sognare.
E proprio in quel frangente sentì quella melodia che veniva dal mare.

La leggenda narra che una voce melodiosa riempì il suo sentire.E un profumo di corallo s’impadronì del suo respiro.

Fu un attimo

Di quel che successe dopo non abbiamo notizia ma se vi capita di passeggiare lungo le rive di un desolato mar,potrete forse scorgere la sua figura.In attesa infinita di quel momento che lui,ne son certo,chiama ancor oggi,amore.

@ Stefano Tommasi

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La leggenda di Skuma ( Sirene di Taranto )

Taranto, essendo bagnata da due mari, divenne meta prediletta dalle sirene che decisero di risiedervi in mondo stabile e di costruirvi il loro castello incantato.

All’epoca dei fatti, viveva in città una coppia di giovani sposi. Lei, una bellezza straordinaria. Lui, un prestante pescatore.

Proprio a causa del suo mestiere, il marito stava lontano da casa dall’alba al tramonto, se non per giorni e giorni.

Un ricco signore tarantino cominciò a provare un vivo interesse per la sposa solitaria e approfittò dell’assenza del pescatore per corteggiarla e farle regali costosi. Un giorno riuscì a sedurla.

La donna, in preda al rimorso, confessò tutto al marito quando rientrò a casa dal lavoro. Questi, l’indomani, condusse la bella moglie in barca e, non appena furono in alto mare, la spinse in acqua facendola affondare (non sapeva nuotare).

Le sirene arrivarono in soccorso della ragazza appena in tempo e, affascinate dalla sua incredibile bellezza, la incoronarono loro regina col nome di Skuma (Spuma) perchè era stata portata dalle onde.

Il pentimento del pescatore

Nel frattempo, il pescatore si pentì del gesto compiuto e, credendola morta, tornò ogni giorno nel punto in cui l’aveva vista annegare a piangere amare lacrime.

Le sirene si incuriosirono per il suo comportamento e, decise ad impadronirsi della barca, lo fecero cadere in acqua. Lo condussero al castello incantato, Skuma lo riconobbe e pregò le sue nuove amiche di risparmiargli la vita.

Quando il pescatore si risvegliò a riva, ricordò quel che era accaduto e capì che nulla era più importante chericongiungersi alla sua sposa. Una fata gli rivelò come liberare l’amata: raccogliere l’unico fiore di corallo bianco dal girdino delle sirene.

Il giorno seguente, si procurò un’altra barca e in mezzo al mare si mise a urlare a squarciagola il nome della moglie.Skuma fuggì dal castello e raggiunse il pescatore, riabbracciandolo calorosamente.

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Skuma coglie il fiore di corallo bianco

Prima di lasciarla tornare dalle sirene, il pescatore riferì alla moglie che l’unico modo per liberarla una volta per tutte era impadronirsi del fiore di corallo bianco e consegnarlo alla fata. Skuma elaborò un piano diabolico e il marito fu pronto ad obbedirle alla lettera il giorno seguente.

Usò tutti i loro risparmi per comprare bellissimi gioielli, li mise in barca e si addentrò nel golfo di Taranto. Le sirene lasciarono incustodito il castello perché ingolosite da gemme e pietre preziose.

Skuma poté così agire indisturbata, rubare il fiore di corallo e portarlo alla fata che attendeva sulla spiaggia.

La fata agitò la sua bacchetta e, a colpi di bibidi-bobidi-bù, sollevò un’enorme onda che trascinò via le sirene dal golfo di Taranto, mentre Skuma e il pescatore si risvegliarono, l’uno accanto all’altra, in riva al mare. Di nuovo uniti – o, forse, uniti davvero per la prima volta – ritornarono insieme a casa.

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La Sirena d’Irlanda

C’era una volta una nave in viaggio per l’America e fu avvistata
una sirena che la seguiva. Dopo breve tempo venne una
tempesta e il capitano disse: “Questa sirena si deve essere
innamorata di un marinaio dell’equipaggio, per questo ci segue;
se sapessimo chi è potremmo darglielo e salvare le nostre
vite.” Così, tirarono a sorte, e venne estratto il nome di un
uomo ma il capitano si sentì dispiaciuto per lui e disse che
gli avrebbe dato un’altra possibilità.
Il giorno dopo la sirena li seguiva ancora, aveva un aria
tristissima poiché le negavano il desiderio del suo cuore e la
tempesta era ancora più forte e il vento ululava come il
lamento di un anima in pena. Allora tirarono di nuovo a
sorte e venne estratto il nome dello stesso uomo.
Ma il capitano disse che gli avrebbe dato una terza possibilità.
Tuttavia il terzo giorno venne estratto ancora il suo nome.
Quando i suoi compagni lo stavano per buttare infine nelle
acque ruggenti lui disse: “lasciatemi solo per un po’”,
andò alla poppa della nave e cominciò a cantare una semplice
canzone popolare irlandese ma così bella e armoniosa era la
sua voce che la sirena ne rimase incantata e mentre lui
cantava lei assunse un espressione assorta e malinconica
ed anche il mare si calmò con lei.
Così il marinaio continuò a cantare e a cantare mettendo
nel canto tutta la sua anima finchè la nave giunse
in America. Ma il marinaio da allora non cantò mai più.

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** Chissà se queste sono solo leggende,oppure se c’è un fondo di verità in tutto ciò..

Difficile rispondere anche pe….scusate….ma….non sentite anche voi…questo canto??

( Stefano Tommasi )

I sogni della mente

« …sistema telepatico mi sono arrivate che vi paiono strane ma sono vere […] io sono un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale. Questa è la mia chiave mineraria. Sono anche un colonnello dell’astronautica mineraria astrale e terrestre. » Me lo vedo NOF4 (al secolo Oreste Fernando Nannetti,Roma 31 dicembre 1927-Volterra 24 novembre 1994),in un giorno qualunque di un’ora qualunque,lungo le mura esterne del manicomio “Ferri” di Volterra,fibbia della cintura in mano,a incidere il suo mondo.

NOF4 era un artista.Forse consapevole o forse no,che importa.

Il Nannetti ha vissuto la sua vita rinchiuso in una gabbia per matti perchè era “diverso”,non era inquadrato,era strampalato e vedeva il mondo in un modo che non si capiva.E l’equazione vien da sé:”Diverso=matto=emarginato”.

Ma il Nannetti aveva una gran dote:disegnava graffiti!E nei graffiti trovava il suo sfogo;la sua libertà.

Quando arrivo al manicomio piove a dirotto.Oramai è tutto completamente abbandonato e decadente.Cerco i graffiti,li trovo,esito un istante e poi li percorro con la punta delle dita,per sentirne il respiro.

Tra storie fantascientifiche e surreali,talvolta mi imbatto in disegni più terreni e sinistri.Il Nannetti descriveva gli orrori che subivano gli sfortunati ospiti della struttura,che altro non era che la trasposizione materiale delle paure degli uomini cosiddetti “sani di mente”.E le paure sono ancora lì,assieme alle grida di dolore,ancorate alle pareti,ai pavimenti.Incapaci di volare altrove,forse perchè l’altrove è sempre stato soltanto lì.

Nella mia ultima visita,ho cercato di dare una forma a queste sfortunate anime imprigionate qui.O forse no.

Forse è solo un saluto;un modo per dire:”ciao,vedete?Qualcuno vi pensa.Il Nannetti vi saluta e vi invita a seguirlo lassù,tra Urano e Nettuno.Vi manda un’astronave,credeteci!Andate in giardino,sta arrivando!Vedrete,vedrete come vola!Veloce,veloce! come vento!”.

Testo e fotografie di: Stefano Tommasi

@Diritti riservati

Vi racconto l’IKEA

Ricordo la prima volta che sono entrato all’IKEA:

Era la sede di Sesto Fiorentino (Firenze).

La prima sensazione,che mi ha sempre accompagnato nelle successive visite,è stata “inquadramento militare”.

E poi in successione:smarrimento,oppressione,panico…e infine,liberazione!Una volta fuori.

Ricordo le boccate d’aria a pieni polmoni.La caserma era alle spalle e non sarei più tornato.

Non fu così.

Ben presto mi resi conto che l’IKEA sarebbe tornata ad accogliermi e mi avrebbe richiesto il saluto militare.

Andò così.Una ,due,tre volte.”Signorsì signore!”E via,tra gli scaffali pieni di soldatini tutti uguali che vorrebbero urlare la propria unicità ma non possono.Costretti dal protocollo a stare tutti in riga,a valere poco.

Costretti si.Noi e loro,alla disciplina e alla perdita d’identità.Alla massa.All’oblio dell’impersonalità.

E allora ci vediamo presto IKEA.

Avanti,marsch!

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