” Chiamami Ammore “

Un progetto di Stefano Tommasi

” Chiamami Ammore ” è un viaggio che nasce un giorno di alcuni mesi fa, durante la lettura di un articolo riguardante la preoccupante crescita del fenomeno delle ” lucciole di giorno “. Una dilagante situazione che riguarda tutta la penisola ( isole comprese ). Per questo reportage, mi sono servito della onnipresente google car ed ho viaggiato su di essa per documentarne le storie, estrapolando gli screenshot che mi interessavano.
Un viaggio che è ancora in corso. Questa ne è un’anteprima.

Stefano.

http://www.stefanotommasi.com

EZGO/NASER/ALì

Il mare, visto da Ventimiglia, è blu intenso. Non ci sono spiagge, ma scogli scuri che invitano alla prudenza. Seguendo la linea della costa con lo sguardo, in un attimo ci troviamo in Francia. Lì, lo scenario cambia: gli scogli lasciano il posto a piccole e affollate spiagge. E’ l’inizio della costa azzurra, l’inizio di un mare più rassicurante, l’inizio di una nuova vita, forse.

A questo,immagino pensassero Ezgo, Naser, Alì, quando, giunti al confine Italia/Francia, vollero toccare quelle piccole oasi, così sicure, a vederle da lontano.

Non le percorsero mai.

Il confine immaginario riprese vigore e sostanza,concretizzandosi in forma di militari armati, che respinsero i sogni di tanti Ezgo, Naser, Alì, riportandoli all’oblio del precedente inferno.

Questa è una storia immaginata, la scrivo mentre siedo su questo scoglio scarabocchiato, nei pressi di Ventimiglia. Da qua vedo la costa azzurra e delle piccole oasi affollate, così sicure, a vederle da lontano.

 

Testo e fotografie : © Stefano Tommasi

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Cartoline da Fukushima

Mi ero preparato uno scritto per descrivere questo progetto “virtuale”, ma alla fine ho buttato tutto, come tutto hanno buttato, abbandonato, perduto, gli (ex) abitanti di questo angolo di mondo.

A Fukushima non si può andare, troppo pericoloso per via delle radiazioni. Lo ha fatto per noi, una temeraria google car. Le ho chiesto un passaggio virtuale, ho passato ore silenziose tra le macerie, lungo le strade del dipartimento più colpito, fino ad arrivare al mare; eri bella Fukushima, ed ora non sei brutta: non sei.

© Stefano Tommasi

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Come Năstase !

Papà ha sempre avuto la passione per il tennis. Era anche bravino ma non aveva autocontrollo. Si arrabbiava e gesticolava come un matto se sbagliava un punto !

<<Era fuori!>> gridava all’arbitro, anche quando l’arbitro non c’era.

Sembrava pazzo e lo guardavo serio, ma sotto sotto ridevo. Mi faceva sorridere la sua arrabbiatura figlia del carattere istintivo.

Avevo 12 anni quando rilevammo la gestione di un impianto sportivo con annessi non uno ma ben due campi da tennis! Mi pareva un sogno!

Volevo imparare a giocare ma ero un po’ timoroso a chiederlo a papà.

Intendiamoci: era ed è una pasta d’uomo, ma il rischio di essere sulla traiettoria di una racchetta volante mi turbava; in più, era molto impegnato e quindi decisi per il maestro di tennis.

Imparai a giocare.

Erano gli anni di Sampras e Agassi e sia io che mio padre non avevamo dubbi su chi scegliere : Agassi ! Uguale a papà ! Non a caso, nell’armadietto dello spogliatoio c’era pari pari l’attrezzatura del nostro tennista preferito. Dalla racchetta Donnay ai completi sgargianti firmati nike <Proprio quelli di Agassi> dicevamo a turno.

Oramai ero un tennista provetto, così sfidai le racchette volanti e nel tempo libero di papà giocavamo assieme. Scoprii che con me non si arrabbiava mai, probabilmente perché non ce n’era bisogno ( di punti ne facevo ben pochi ), ma io ero felice. <dritto alla Agassi > pensavo, e di là < rovescio a due mani alla Agassi >. Bello, bello, bellissimo, però….non potevano esserci due Agassi, non era ammissibile! Così un giorno, mentre sfogliavo delle vecchie foto di papà da ragazzo, ne vidi alcune in cui giocava a tennis e stringeva tra le mani una racchetta di legno, bellissima ed elegante < che racchetta è papà? > <Eeeh, quella è la racchetta di Năstase !, proprio la sua !

Non conoscevo questo tennista, a giudicare dal materiale ipotizzavo fosse un giocatore di almeno venti anni prima, ma non mi importava molto. Quella racchetta era bellissima e già sognavo la risposta al dritto di mio padre < lungolinea fulmineo! Come Năstase ! > .

 

© Stefano Tommasi

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le immagini sono state realizzate in un campo da tennis dove spesso io e mio padre giocavamo. Era un bel campo, circondato da sontuosi alberi che riparavano dal sole .La struttura è abbandonata da molti anni, non si vede quasi più niente del rettangolo di gioco. Rimane una rete  marcia e rotoli di pavimentazione sintetica lasciati a se stessi. E’ triste vedere questo degrado, oltretutto, adiacente ,c’è un complesso residenziale e il centro del paese è a pochi metri. L’area è molto grande e può essere convertita anche semplicemente in un’area verde, senza costi onerosi. Mi auguro che chi di dovere faccia qualcosa.

  • Aggiornamento : l’aria è stata riqualificata.

S. 

 

 

Gli occhi sul mondo.com

Un altro aspetto sul quale rifletto ha a che fare con gli occhi, i nostri occhi sul mondo. Riformulo: i nostri occhi sul mondo.com

La percezione di poter sapere ogni cosa sfogliando post sui social; farsi una propria idea, solida, di ciò che accade nel mondo; l’immediatezza unita alla superficialità dell’universo social, mi da la sensazione di un qualcosa come una specie di informazione fatua e sommaria da un lato e una idea chiara e consapevole dall’altra (la nostra). In sintesi: questo schermo in cui non c’è un confronto diretto con gli altri, dove le notizie ci arrivano dalle fonti che scegliamo, ci apre gli occhi e ci imprime una parvenza di certezza globale. Ma nel concreto, nel reale, i nostri occhi sanno vedere? Sanno distinguere? Sanno ancora dialogare occhi negli occhi con gli altri? O sono forse chiusi, timidi, insicuri, dimenticati; per poi riaprirsi energici, sicuri e pronti a riattivare lo sguardo sul nuovo mondo, un mondo.com.

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© Stefano Tommasi

Patologia : Selfie

Dai facciamo un selfie!

Ehi tu, fatti un selfie!

Mi scatto un bel selfie!

Selfie selfie selfie…ce n’è per tutti i gusti:

da soli, in compagnia…in mandrie.

-Dai però, fai la faccia buffa! Bravo! Io? Io no, io mi metto ad oca, così…ecco, click!

Condivisone…con/divisione

Dove siamo? Parigi, Milano, New York, in camera, al cesso, che importa?

Selfie selfie selfie….condivisione e poi? Attendiamo…like, like, like…

Piaciuto il posto? – Il posto? Ah si, magnifico, si vede dalla foto no? Che atmosfera, aaah ci tornerò.

Ops è tardi.

Din don! Notifica “ammazza che fi*a in sta foto!”

Din don! Notifica “Sempre più bona oh!”

Din don! Notifica “Che faccia intelligente!”…mmm no elimina commento 

Din don! Per oggi basta

Compiacimento, si ora dormo, domani selfie selfie selfie…

Din don! 
© Stefano Tommasi

 

 

Nexus 0

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Nexus 0 è un progetto fotografico che nasce dall’osservazione della nostra vita sociale, dal modo in cui sta cambiando, dal bisogno di porsi delle domande e dal cercarne le risposte.

001-16CON/DIVISIONE :
Dove ci sta portando la condivisione oramai patologica?
Quali scenari sociali si prospettano?
Tutto sembra indirizzarci all’alienazione dei rapporti umani, alla disconoscenza dello stare assieme, al bisogno compulsivo di mostrare ogni nostro gesto e pensiero.
Perché?
Perché non riusciamo a disconnetterci dalla rete? Imbrigliati, come pesci. Senza scampo, o forse no?
Dovremmo forse fare un passo indietro? E come?
In pochi anni, la nostra vita è stata stravolta dall’avvento dei social network. La mente umana è solita adattarsi velocemente alle novità, ma anche propensa all’abusarne.
Ad oggi, i nostri occhi non guardano più il mondo reale, ma lo fanno con la testa china sullo smartphone, delegando ad esso il compito di riprodurla. Lo facciamo mentre guidiamo, mentre passeggiamo, mentre assistiamo ad un concerto. Affannati più al condividere il momento piuttosto che viverlo.
Perché?
E’ proprio questo che vogliamo? O ci viene imposto da meccanismi contorti della società?
Sono tante le domande e poche le risposte.
Cercherò di esplorarle in questo viaggio.
© Stefano Tommasi

L’Aquila che (non) vola

Non ero mai stato in abruzzo, però, da sempre volevo andare a visitarlo.

C’era un luogo in particolare che avevo mitizzato: L’Aquila.

Quella città che si scrive con l’articolo, come a voler enfatizzare ed annunciare la sua maestosità e bellezza “signore e signori…L’Aquila! “. E giù applausi…

Me la immaginavo come un luogo sospeso nel tempo ed elevato dal suolo, dimora di sogni ed eleganza, come fosse un moderno Olimpo, desiderato e desiderabile; sognato e forse irraggiungibile:

Le donne de L’Aquila vestivano di seta e gioielli sfarzosi ma non volgari e gli uomini se le contendevano a colpi di poesie e sonetti. Il cielo splendeva quasi ogni giorno e le poche piogge erano omaggio degli Dei, volte a rinfrescare l’aria e le solide mura.

L’Aquila era un’idea e come tale, la sognavo.

E così, la vedo anche adesso:

Non importa aver trovato gru di metallo al posto delle ali, ad impedirne il volo.

Non importa aver respirato la calce dell’abbandono.

Non importa aver sentito il lamento delle mura lacerate;

non importa…

Questo era ed è un sogno, dunque :

Le ali tese tendono al cielo.

Le donne passeggiano eleganti e gli uomini decantano.

Ll sole splende, la pioggia depura,

e L’Aquila… Vola.                                                                      « Gridaro tucti insieme la città                                                                                                                          facciamo bella
                                                                                                       che nulla nello regame possa                                                                                                                        confrontarsi ad ella »

( Buccio di Ranallo ).

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Testo e fotografie di: © Stefano Tommasi

Dentro al recinto

Giornata al mare = #sole #mare #spiaggia #amici….caricamento….condivisione.

Cena romantica = #amore #mangiarebene #ristorantenelborgo #noidue…caricamento…condivisione.

Jogging nel bosco = #ariapulita #corsa #libertà #benessere #isolamento…caricamento…condivisione.

Posso continuare per ore…

Condivisione…condivisione…controllo…controllo…

Dovremmo interrogarci su questa epoca e sul nostro viverla.

Monitoriamo la nostra vita e la vita degli altri,

costruiamo recinti digitali, sentendoci liberi.

Ci hanno fatto ammalare, e non chiediamo la medicina.

Ingabbiati  #dentro al recinto.

Alienati inconsapevoli, abbiamo gli occhi rossi di chi vede il mondo da uno schermo, e segni sul collo

di chi incede a passo chino,

dimenticando che le stelle sono dalla parte opposta.

© Stefano Tommasi

Testo e fotografia :

© Stefano Tommasi