Come Năstase !

Papà ha sempre avuto la passione per il tennis. Era anche bravino ma non aveva autocontrollo. Si arrabbiava e gesticolava come un matto se sbagliava un punto !

<<Era fuori!>> gridava all’arbitro, anche quando l’arbitro non c’era.

Sembrava pazzo e lo guardavo serio, ma sotto sotto ridevo. Mi faceva sorridere la sua arrabbiatura figlia del carattere istintivo.

Avevo 12 anni quando rilevammo la gestione di un impianto sportivo con annessi non uno ma ben due campi da tennis! Mi pareva un sogno!

Volevo imparare a giocare ma ero un po’ timoroso a chiederlo a papà.

Intendiamoci: era ed è una pasta d’uomo, ma il rischio di essere sulla traiettoria di una racchetta volante mi turbava; in più, era molto impegnato e quindi decisi per il maestro di tennis.

Imparai a giocare.

Erano gli anni di Sampras e Agassi e sia io che mio padre non avevamo dubbi su chi scegliere : Agassi ! Uguale a papà ! Non a caso, nell’armadietto dello spogliatoio c’era pari pari l’attrezzatura del nostro tennista preferito. Dalla racchetta Donnay ai completi sgargianti firmati nike <Proprio quelli di Agassi> dicevamo a turno.

Oramai ero un tennista provetto, così sfidai le racchette volanti e nel tempo libero di papà giocavamo assieme. Scoprii che con me non si arrabbiava mai, probabilmente perché non ce n’era bisogno ( di punti ne facevo ben pochi ), ma io ero felice. <dritto alla Agassi > pensavo, e di là < rovescio a due mani alla Agassi >. Bello, bello, bellissimo, però….non potevano esserci due Agassi, non era ammissibile! Così un giorno, mentre sfogliavo delle vecchie foto di papà da ragazzo, ne vidi alcune in cui giocava a tennis e stringeva tra le mani una racchetta di legno, bellissima ed elegante < che racchetta è papà? > <Eeeh, quella è la racchetta di Năstase !, proprio la sua !

Non conoscevo questo tennista, a giudicare dal materiale ipotizzavo fosse un giocatore di almeno venti anni prima, ma non mi importava molto. Quella racchetta era bellissima e già sognavo la risposta al dritto di mio padre < lungolinea fulmineo! Come Năstase ! > .

 

© Stefano Tommasi

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le immagini sono state realizzate in un campo da tennis dove spesso io e mio padre giocavamo. Era un bel campo, circondato da sontuosi alberi che riparavano dal sole .La struttura è abbandonata da molti anni, non si vede quasi più niente del rettangolo di gioco. Rimane una rete  marcia e rotoli di pavimentazione sintetica lasciati a se stessi. E’ triste vedere questo degrado, oltretutto, adiacente ,c’è un complesso residenziale e il centro del paese è a pochi metri. L’area è molto grande e può essere convertita anche semplicemente in un’area verde, senza costi onerosi. Mi auguro che chi di dovere faccia qualcosa.

  • Aggiornamento : l’aria è stata riqualificata.

S. 

 

 

L’Aquila che (non) vola

Non ero mai stato in abruzzo, però, da sempre volevo andare a visitarlo.

C’era un luogo in particolare che avevo mitizzato: L’Aquila.

Quella città che si scrive con l’articolo, come a voler enfatizzare ed annunciare la sua maestosità e bellezza “signore e signori…L’Aquila! “. E giù applausi…

Me la immaginavo come un luogo sospeso nel tempo ed elevato dal suolo, dimora di sogni ed eleganza, come fosse un moderno Olimpo, desiderato e desiderabile; sognato e forse irraggiungibile:

Le donne de L’Aquila vestivano di seta e gioielli sfarzosi ma non volgari e gli uomini se le contendevano a colpi di poesie e sonetti. Il cielo splendeva quasi ogni giorno e le poche piogge erano omaggio degli Dei, volte a rinfrescare l’aria e le solide mura.

L’Aquila era un’idea e come tale, la sognavo.

E così, la vedo anche adesso:

Non importa aver trovato gru di metallo al posto delle ali, ad impedirne il volo.

Non importa aver respirato la calce dell’abbandono.

Non importa aver sentito il lamento delle mura lacerate;

non importa…

Questo era ed è un sogno, dunque :

Le ali tese tendono al cielo.

Le donne passeggiano eleganti e gli uomini decantano.

Ll sole splende, la pioggia depura,

e L’Aquila… Vola.                                                                      « Gridaro tucti insieme la città                                                                                                                          facciamo bella
                                                                                                       che nulla nello regame possa                                                                                                                        confrontarsi ad ella »

( Buccio di Ranallo ).

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Testo e fotografie di: © Stefano Tommasi

Road to Shousha ( Promo )

Ciao a tutti.

Qualche tempo fa, attorno alla fine di novembre, io e un amico giornalista abbiamo intrapreso un viaggio un po’ particolare.

Siamo andati alla ricerca di un campo profughi dimenticato al confine tra Tunisia e Libia.

Stefano, oltre al suo lavoro di giornalista, collabora con una associazione umanitaria, che si occupa principalmente di dare assistenza ai richiedenti asilo politico. Le persone in questione, provengono tutte da paesi in guerra e molti di loro, sono transitati per questo campo profughi che ha destato la nostra attenzione in virtù (si fa per dire) della sua storia.

Esso è un ex campo gestito dall’ONU, in seguito chiuso e abbandonato…però…..lì ci abita ancora gente. Da mesi. Da anni. Soli. Abbandonati.

Siamo andati a vedere e ne abbiamo realizzato un reportage.

Per chi ha desiderio di leggerlo e visionarne il racconto fotografico,può scaricare il lavoro online a questi link:

Amazon: http://www.amazon.it/Road-Shousha-nessuno-sfrecciano-immobili-ebook/dp/B00VIXIKXW/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1428669385&sr=8-1&keywords=road+to+shoushae

Google play: https://play.google.com/store/books/details/Stefano_Elmi_Road_to_Shousha?id=r7bGBwAAQBAJ&hl=it

A breve disponibile anche su iTunes!

E’ richiesto un prezzo minimo (circa 2,50 € ), fondamentale per noi per poter raccontare altre storie dimenticate, come questa.

Un abbraccio,

Stefano Tommasi & Stefano Elmi 

Road to Shousha